Quando il lavoro ti definisce, dov’è il confine?
Anna stava attraversando una fase che, all’esterno, appariva lineare e soddisfacente. La sua attività – costruita con attenzione, visione e un alto livello di autonomia – funzionava e funzionava bene. Aveva scelto ogni dettaglio con cura, cercando di allineare il lavoro ai propri valori profondi, e sembrava esserci riuscita: clienti affezionati, buoni risultati, relazioni professionali di fiducia. Ma già dal nostro primo colloquio, qualcosa non tornava. Non erano tanto le parole che usava, quanto il modo in cui le pronunciava: misurate, lucidissime, ma non mi arrivava davvero lei.
“Mi sento come se stessi scomparendo,” ha detto, a un certo punto. “Non so più dove finisco io e dove inizia il mio lavoro.”
Quella frase non era una richiesta d’aiuto generica. Era una soglia precisa: quella in cui molte persone gifted si trovano quando, dopo aver investito sé stesse in un progetto, iniziano a non riconoscersi più in ciò che hanno costruito.

Durante il nostro lavoro insieme è emersa una domanda che ha fatto da perno a tutto il resto: chi sono, se smetto di fare?
Non è un dubbio teorico. Per molte persone ad alto potenziale, fare è un mezzo per dare forma al pensiero, un modo per costruire senso, e spesso anche una strategia per regolare il proprio livello di attivazione mentale ed emotiva. Ma quando il fare si cronicizza, quando diventa l’unico modo per esprimersi e legittimarsi, l’identità finisce per dipendere solo da ciò che si produce, si risolve, si dimostra.
Anna era precisa, creativa, con una sensibilità profonda per il dettaglio e un pensiero arborescente che le permetteva di vedere collegamenti complessi prima ancora che gli altri li formulassero. Come molte persone gifted, aveva una spinta interna alla coerenza tra pensiero e azione, e una fatica evidente nel tollerare le incongruenze quotidiane del lavoro “reale”. Aveva un altissimo livello di commitment, ma anche un’abitudine a iper-responsabilizzarsi, a non delegare, a credere – spesso senza rendersene conto – che senza il suo coinvolgimento personale tutto si sarebbe sfaldato.
Nel tempo, quella iper-adesione al progetto aveva cancellato lo spazio per le sue altre dimensioni. L’interesse per l’arte, la scrittura, l’immaginazione disordinata – tutto ciò che non aveva una funzione immediata o una ricaduta chiara nell’operativo – era stato accantonato in nome della continuità, dell’affidabilità e della coerenza.
Ma nessuna mente, nemmeno la più brillante, regge a lungo se compressa dentro un solo ruolo, anche se quel ruolo è stato scelto con amore.
Riconoscere tutto questo per Anna non è stato semplice, né immediato. Ma è stato necessario per poter cominciare a separare il lavoro dalla persona, per capire che c’è differenza – e quanta! – tra il progetto e la propria biografia.

Non ci viene insegnato a distinguere tra l’amore per ciò che facciamo e l’identificazione con ciò che siamo.
Ci viene detto che se amiamo il nostro lavoro, non lavoreremo un solo giorno…e ora alzi la mano chi ha poi capito che è esattamente l’opposto perchè alla fine ci portiamo dietro quel lavoro anche quando siamo a cena con gli amici, sul lettino in spiaggia, mentre ci stiamo per addormentare e iniziamo a pensare che domani …
E sta, forse, capendo ora che nessuna passione sopravvive se viene trasformata in dovere continuo.
Se tutto di te tende alla totalità, e così se ti appassioni, ci sei dentro fino al collo, e quando ti impegni, non riesci a farlo a metà, ricordati che anche la luce, se è continua e senza ombre, può accecare.

Un esercizio che propongo spesso nei percorsi di coaching è apparentemente semplice, ma spesso lascia emergere molto più di quanto ci si aspetti. Consiste nel fermarsi alla fine della giornata e porsi due domande molto dirette:
Quale parte di me ho trascurato oggi?
C’è stato un momento in cui mi sono sentitə davvero presente, anche al di là del lavoro?
Chi ha un profilo gifted tende ad avere una vita mentale intensa, una soglia di attivazione alta e un funzionamento molto orientato all’esplorazione e alla connessione tra idee. Questo spesso si traduce in un’occupazione quasi continua della mente, anche quando il corpo si ferma.
Nel lavoro, in particolare, le persone plusdotate mettono in campo risorse cognitive ed emotive elevate, ma raramente si concedono il tempo per accorgersi di cosa succede dentro mentre tutto questo accade fuori. Questo esercizio serve esattamente a questo: a riaprire un dialogo interno tra le parti che, nel corso della giornata, vengono messe da parte perché considerate “non funzionali”.
Nel coaching, questo tipo di pratica non serve solo per riflettere. Serve per riaccendere una consapevolezza distribuita: non solo su cosa si è fatto, ma su come si è stati. Spesso chi è ad alto potenziale agisce in modalità performativa anche nei momenti di pausa: legge per imparare, guarda per analizzare, conversa per risolvere. Fermarsi a identificare ciò che si è lasciato fuori, o ciò che ha generato presenza autentica, è una forma concreta di ricentratura.
Per accompagnare questo passaggio, invito a costruire un piccolo gesto di chiusura. Non qualcosa di simbolico in senso astratto, ma un atto pratico che renda visibile il passaggio da “funzione” a “presenza”: può essere attivare una playlist per spezzare il ritmo, prendere in mano un’agenda e dare un tempo alle cose, scrivere una frase su un quaderno, cambiare stanza o prospettiva.
Non è un trucco per “rilassarsi”: è un modo per reimparare a distinguere tra il fare e l’essere – un confine che, nelle persone gifted, tende spesso a dissolversi. E senza quel confine, tutto diventa progetto. Anche se stessi … ma mai davvero se stessi.

🌍 Chiacchiere dal mondo
📚 Legge italiana in arrivo: nella precedente Lumina ne ho già parlato. Il Parlamento ha avviato i lavori per una normativa che riconosca formalmente la plusdotazione nelle scuole. Si parla di formazione docenti, piani personalizzati, prevenzione del disagio. E poi c’è un’altra novità: la possibilità di frequentare corsi di formazione universitaria mentre si è alle superiori.
Personalmente sto elaborano diverse riflessioni su questo punto specifico, ma mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensi: quindi, se vuoi, rispondi a questa mail oppure scrivimi direttamente, ti leggo volentieri!
Le storie che racconto qui arrivano da percorsi reali di coaching che ho seguito nel tempo. Le parole sono quelle che abbiamo davvero detto, o quasi, perché le ho trascritte cercando di restare fedele al senso e alla voce di chi le ha pronunciate. I nomi e qualche dettaglio, invece, li cambio sempre: proteggere la riservatezza di chi si affida a me è parte del mio modo di lavorare.

Lumina è la newsletter in cui ti racconto il mondo gifted dal punto di vista di chi gifted lo è e ha fatto della sua neurodivergenza uno strumento per aiutare altri gifted. Troverai storie ed esperienze, mie e delle persone che si affidano a me. Idee, suggerimenti, qualche strategia e molti fallimenti. Sentiti a casa, mettiti comodo e comoda, vuoi un caffè? Buona lettura!
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