Ti chiedono mai come stai?
C’è un momento, spesso non evidente, in cui smetti di accorgerti esattamente di quando le persone intorno a te hanno iniziato a pensare che tu sia quellə che tiene, che comprende e che assorbe, e inizi semplicemente a notare che nessuno ti chiede più davvero come stai, non perché non gliene importi, ma perché esiste un tacito accordo secondo cui tu “ce la fai”, punto. All’inizio questo modo di essere percepitə può perfino piacere, perché coincide con un tratto che conosci bene: la tua capacità di leggere rapidamente le situazioni, di muoverti tra le emozioni degli altri con una sensibilità che precede le parole, di rimettere ordine quando tutto sembra perdere forma. È un talento che ti ha aiutato in molti momenti, che ti ha distinto per lucidità e responsabilità, e che spesso ti ha fatto ricevere fiducia. Ma con il tempo quella fiducia si irrigidisce, smette di essere un riconoscimento e diventa una pretesa implicita: non più “che bello, posso contare su di te”, ma una sorta di “tanto tu te la cavi comunque”, e a quel punto qualcosa dentro si contrae perché capisci che stai iniziando a rappresentare un ruolo, non una verità.

Quando la forza si cristallizza e diventa l’unica parte che gli altri riconoscono
Per molte persone gifted e neurodivergenti questa dinamica prende forma molto presto: da bambinə apparivi autonomə, responsabile, capace di cogliere sfumature che sfuggivano agli adulti, e questo ha portato gli altri a definirti “quellə forte”, come se fosse un tratto caratteriale immutabile. Ripetuto abbastanza a lungo, quel messaggio diventa una struttura interna, una specie di promessa da mantenere ad ogni costo, come se il tuo valore dipendesse dalla tua capacità di non scomporsi mai. È così che la forza smette gradualmente di essere una risorsa e si trasforma in un dispositivo di regolazione: la indossi come una maschera funzionale, necessaria per mantenere la versione di te che gli altri si aspettano. Il problema è che questa maschera non è leggera: con il tempo impedisce l’accesso a tutte le parti che non si comportano secondo la narrativa dominante: la parte che non sa, quella che ha bisogno di rallentare, quella che non ha ancora una risposta, quella che ha diritto a perdere un appiglio senza dover giustificare tutto. Quando queste parti rimangono fuori troppo a lungo, trovano altri modi per bussare: irritabilità che non capisci da dove arrivi, chiusura improvvisa, bisogno di allontanarti, senso di essere usatə anche quando non è così. Non è malessere e basta: è l’effetto di una porzione di te che non trova più spazio nel tuo stesso sistema interno.

Il movimento interno che nessuno vede, nemmeno chi ti conosce bene
Dentro accadono due movimenti che raramente si mostrano in superficie. Da un lato c’è la parte che entra in azione in automatico, quella che prende il controllo della situazione, che struttura, organizza, capisce e comunica, perché questo è ciò che ha sempre funzionato. È la parte che ha il linguaggio giusto al momento giusto, che anticipa, che contiene, che regge.
Dall’altro lato, però, vive una parte che desidererebbe avere almeno un giorno in cui poter ammettere di non avere margine, senza dover ricorrere a spiegazioni cliniche o a motivazioni esterne per legittimarsi; una parte che vorrebbe che la normalità emotiva potesse esistere anche per te, non solo l’efficienza.
Il punto non è che una delle due parti sia più autentica dell’altra: il nodo è che non riescono a convivere nello stesso spazio e nello stesso tempo. Se emerge sempre la parte forte, quella più fragile viene esclusa; ma quando prova a emergere la parte più morbida, subito arriva il timore di deludere un’immagine ormai interiorizzata, che senti di dover custodire con attenzione.
Così rimandi continuamente il momento in cui ti concederai di dire o fare qualcosa che non sia performante. Rimandi finché diventa complicato farlo senza sembrare freddə o distaccatə, e la cosa più paradossale è che il mondo esterno vede proprio quel distacco come ulteriore conferma della tua solidità, non come un segnale di qualcosa che nel frattempo si è incrinato.

Rimettere in circolo la parte che non performa: una pratica piccola
Non è questione di imparare a dire di no: questo lo sai fare già, e spesso scegli di non farlo perché intuisci i bisogni degli altri prima ancora che vengano espressi. La pratica più interessante, e forse la più accessibile, è iniziare a mostrarti anche quando non stai portando nessuna soluzione efficace e nessuna analisi compiuta.
Ogni volta che stai per rispondere a una richiesta, concediti qualche secondo per ascoltare se stai rispondendo per mantenere il personaggio o per rispettare la parte che sta chiedendo spazio. Puoi anche tenere un quaderno in cui far esistere le cose “non forti”: il semplice fatto di scriverle, di vederle, di lasciarle emergere senza un obiettivo preciso, crea una piccola deviazione nella tua traiettoria automatica e apre un passaggio a una versione di te più completa e meno costretta.
E a questo punto resta solo una domanda, che non è una provocazione ma un invito gentile a guardarti con più ampiezza:
chi saresti, nelle tue relazioni e nel tuo lavoro, se per qualche giorno smettessi di presentarti solo nella tua parte forte e lasciassi che anche il resto di te potesse essere visibile?
Se questa domanda muove qualcosa, anche solo una piccola resistenza, probabilmente è da lì che puoi iniziare: per smettere di nascondere la parte che stava solo aspettando di essere considerata degna quanto tutto il resto.

Vediamoci!
C’è una cosa che l’Hackathon di poche settimane fa mi ha ricordato con una chiarezza quasi fisica: quanto sia raro e prezioso trovarsi in un posto in cui non serve tradurre i propri pensieri, modulare ogni sensazione o anticipare la reazione degli altri.
Un posto in cui, se dici che una luce ti distrae o che hai bisogno di filtrare i rumori con le Loop, non ti senti un corpo fuori contesto, ma semplicemente una persona con delle esigenze specifiche differenti.
Questa sensazione di “spazio giusto” è esattamente ciò che ho ritrovato quando mi hanno chiesto di partecipare a un incontro dedicato agli adulti plusdotati. Mi sono accorta che, prima ancora di dire sì, una parte di me si era già rilassata perché riconosceva la possibilità di stare tra persone che condividono quel tipo di profondità cognitiva ed emotiva simile alle mie.
📍 E così, il 7 dicembre sarò a Extra-Ordinary Sunday, in un agriturismo vicino Pisa: l’idea è di creare conversazioni, conoscerci e divertirci tra persone che abitano quella combinazione complessa e affascinante che è l’alto potenziale cognitivo.

Con me ci saranno Diego Fortunati, psicologo specializzato in plusdotazione, e Silvia Giordano, insegnante e formatrice che terrà un laboratorio scientifico per bambini e ragazzi gifted. È un evento pensato perché adulti e bambini possano vivere lo stesso spazio con ruoli diversi ma con la stessa libertà di sentirsi parte di qualcosa.
🔗 Se vuoi partecipare o semplicemente capire se questo spazio può essere anche il tuo, qui trovi tutte le informazioni:
🍂 E, per chi ha voglia di respirare qualcosa di ancora più ampio, c’è la possibilità di vivere l’intero Weekend Extra-Ordinary (6–8 dicembre): tre giorni di natura, convivialità e leggerezza, con una SerraChef Challenge 👨🍳 e un Comedy Match serale 🎭.
Fammi sapere se ci sarai. Sarebbe bello incontrarsi in un luogo dove nessuno deve stringersi per entrare.

A volte leggerai storie di persone che si sono rivolte a me negli anni. Arrivano da percorsi reali di coaching che ho seguito nel tempo. Le parole sono quelle che abbiamo davvero detto, o quasi, perché le ho trascritte cercando di restare fedele al senso e alla voce di chi le ha pronunciate. I nomi e qualche dettaglio, invece, li cambio sempre: proteggere la riservatezza di chi si affida a me è parte del mio modo di lavorare.

Lumina è la newsletter in cui ti racconto il mondo gifted dal punto di vista di chi gifted lo è e ha fatto della sua neurodivergenza uno strumento per aiutare altri gifted. Troverai storie ed esperienze, mie e delle persone che si affidano a me. Idee, suggerimenti, qualche strategia e molti fallimenti. Sentiti a casa, mettiti comodo e comoda, vuoi un caffè? Buona lettura!
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🗣Se hai voglia di farla conoscere ad altri, sappi che ne sarò sempre onorata!
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