“Perché sei così?” non è la vera questione
Luca, designer quarantenne con plusdotazione e ADHD, è arrivato a contattarmi in un momento della sua vita professionale che agli altri sembrava stabile: progetti riconosciuti, clienti soddisfatti, un team che si fidava di lui. Ma, come spesso accade, malgrado le conferme esterne, anche per lui negli ultimi tempi stava emergendo altro: quando ci siamo visti per la prima volta, ognuno davanti al suo pc, mi ha detto piano: «Sono giorni che mi risuona questo pensiero: sono troppo per tutti e mai abbastanza per me».
Mi ha colpito subito, perchè in quella frase c’erano già vari strati: la distanza fra come si percepiva davvero e l’immagine idealizzata che pensava di dover incarnare; l’abitudine a “smussare” la propria intensità per non risultare ingombrante; la fatica di tenere insieme velocità mentale, sensibilità emotiva e richiesta continua di essere lineare. Andando avanti nel raccontarsi, ha fatto emergere una fotografia che – anche se con diverse sfumature – ormai riconoscono spesso nei miei clienti: negli ultimi mesi aveva iniziato a trattenersi nelle riunioni, a tagliare passaggi di intervento anche se avrebbe voluto condividerli con passione, mentre aveva iniziato a confondere il suo ronzio mentale costante con semplice stanchezza fisica. Cicli di forte concentrazione seguiti da cadute di energia lo lasciavano con la sensazione di essere scarico e, allo stesso tempo, ancora “acceso” dentro.
La domanda che lo ha spostato sin da subito è stata: chi sono, quando smetto di modulare le mie parti per sembrare più gestibile? Nelle persone gifted con ADHD questo nodo è frequente: il pensiero fa ramificare idee e collegamenti, mentre l’attenzione fluttua, l’emotività è intensa e cresce l’impulso a filtrare ogni cosa prima di offrirla agli altri. Il risultato è un consumo di energia invisibile: non usi le risorse per creare, ma per frenarti, tradurti, semplificarti.
Per iniziare a lavorare su quel confine non abbiamo cercato grandi stravolgimenti – quelli magari arrivano come conseguenza -, ma piccoli atti di osservazione quotidiana. Gli ho chiesto di annotare, due o tre volte al giorno, tre aspetti di se stesso: il suo livello di energia, quanto si stava trattenendo in determinate situazioni, e che rumore di fondo facevano i suoi pensieri (es. “energia 5/10 – mi limito 7/10 – pensieri di giudizio o di resa”).
Lavorandoci per una settimana, questo primo processo di autovalutazione lo ha aiutato a vedere in quali contesti scattava l’autocensura. E’ stato poi semplice costruire una semplice tabella settimanale in cui individuare le attività che producono energia sotto forma di motivazione intrinseca e soddisfazione (creare, consegnare), quelle invece più di “manutenzione” (organizzare, rispondere), e infine tutte quelle attività che lo rigenerano (camminare, andare regolarmente in palestra, finire di seguire quel corso on line rimasto in sospeso, ascoltare musica non strumentale, stare in uno spazio vitale con la famiglia e con gli amici).
Quando Luca si è reso conto che era proprio la terza parte ad essere spesso quasi vuota, ha iniziato a comprendere gli effetti concreti del suo pensiero auto-limitante: da lì in poi, il lavoro insieme è stato tutto su come portare equilibrio in ogni aspetto della sua vita, senza pretendere la perfezione ma neanche senza vedere nella limitazione una soluzione efficace a lungo termine.
Quando Luca ha iniziato a riconoscere il momento esatto in cui passava dal voler esprimere qualcosa al trattenerla per essere più “accettabile”, ha trovato uno spazio nuovo: non più scegliere tra essere tutto o spegnersi, giudicandosi, ma distribuire diversamente la sua energia tra creare, filtrare e prendersi cura dell’interno. Ed è lì che la domanda iniziale ha smesso di essere un punto interrogativo paralizzante ed è diventata un punto di orientamento.

Quello che è emerso con Luca mi ha riportata a una domanda molto comune tra persone neurodivergenti: come difendo uno spazio mentale che mi permetta di restare intero, senza farmi schiacciare dal “sei troppo” che mi arriva da fuori e dal “non è ancora abbastanza” che genero dentro?
Questa alternanza fra momenti di forte creatività e vuoti improvvisi non è capriccio né disorganizzazione: con plusdotazione e ADHD insieme il pensiero corre veloce, la sensibilità è alta, l’attenzione va a onde. E tutto questo accade mentre il mondo “lineare” vive quell’andare a onde come incoerenza e chi lo vive dall’interno lo interpreta come un difetto. E così nasce il paradosso: più provi ad abbassare l’intensità per adattarti, più ti senti sempre meno te stesso.
A complicare le cose c’è l’abitudine a filtrarsi: ridurre le idee espresse, rallentare, tagliare digressioni per risultare più “gestibile”. Con il tempo questo filtrare diventa automatico e consuma energia ancora prima che tu la metta davvero nei tuoi progetti. L’energia creativa non si esaurisce perché non ne hai abbastanza, ma perché la spendi a regolarti. Le narrazioni dominanti (“trova il tuo perché”, “segui la passione”) saltano inevitabilmente questo passaggio perchè trasformano un nodo identitario in un compito di produttività personale, come se bastasse “allinearsi” per stare bene.
Quando parlo di spazio mentale non intendo qualcosa di vago: è la presenza di momenti in cui il pensiero può allargarsi senza dover essere subito utile, valutabile o presentabile. Con Luca abbiamo distinto tre piani:
- ciò che esprime (quando le idee si formano e si aprono);
- ciò che funziona (quando modella quelle idee per obiettivi esterni);
- ciò che recupera (quando lascia decantare senza forzare).
Se espressione e recupero si restringono, la parte “funzionale” occupa tutto e il senso di vuoto aumenta. Difendere lo spazio mentale significa ridare proporzione a questi tre piani, non “frenare” la neurodivergenza.
Il primo passo concreto non è aggiungere tecniche, ma accorgersi di quando stai soltanto comprimendo te stesso per essere accettabile. Da lì la domanda cambia: qual è il minimo grado di compressione che mi permette di stare in relazione senza prosciugarmi?
Questa domanda diventa un margine reale: non risolve tutto, ma ti restituisce una scelta. E una scelta, ripetuta nel tempo, torna a disegnare confini dove prima c’era solo fatica indistinta.

Un esercizio che propongo spesso dura davvero cinque minuti e non richiede strumenti: a fine giornata chiudi tutto e chiediti quale “finestra mentale” oggi hai tenuto spalancata troppo a lungo (es. controllo, iper‑vigilanza, rispondere subito) e quale, invece, hai lasciato chiusa (curiosità non finalizzata, divagazione, piacere di approfondire un dettaglio solo perché ti attrae). Scrivi una sola frase: “Oggi ho sacrificato ___ per mantenere ___”.
Questo atto di nominare sposta il carico dal rumore interno ad una pagina bianca, in una forma semplice di “scarico cognitivo”: porti fuori una parte di ciò che stavi trattenendo nella memoria di lavoro e liberi energia per il recupero. Gli effetti? Affidare all’esterno ciò che sovraccarica la mente riduce lo sforzo e previene lo scivolamento in una forma di stanchezza a cui si da il nome sbagliato.

Raccontandoti di Luca, ti ho parlato di identificazione, di compressioni silenziose, di finestre mentali lasciate spalancate o serrate troppo a lungo, di quel consumo invisibile di energia quando filtri per risultare “gestibile”. Tutto questo adesso torna a te: non al “fare di più” o “fare meglio”, ma al riconoscere quale parte stai ancora sacrificando per restare dentro margini che non hai scelto e che continui a voler rispettare. Che cosa accadrebbe se per un giorno smettessi di tenere bassa l’intensità solo per non disturbare, che forma prenderebbe il tuo spazio interno se gli dessi il minimo indispensabile di aria?
Ed ancora: quale porzione del tuo pensiero autentico continui a comprimere al punto da non saperla più nominare – e quanto a lungo puoi ancora permetterti di farlo senza scolorire?
“La misura di un atto creativo è data dallo spazio che gli si concede.”
Clarice Lispector

Perché il cambiamento diventi stabile ha bisogno di essere sostenuto, osservato, integrato. Non può restare confinato nello sforzo solitario di tenere insieme ruoli, aspettative, cicli di iperfocus e vuoti. Servono luoghi (e tempi) dove l’intensità non debba giustificarsi, dove allenare confini morbidi, rimettere in circolo parti accantonate, normalizzare le oscillazioni invece di patologizzarle.
È il lavoro che faccio nei percorsi individuali: costruire un ritmo praticabile tra espressione, funzione e recupero, rendere visibile ciò che oggi consuma senza che sia chiaro il cosa e il come, per arrivare a restituirti strumenti semplici che, una volta identificati e sperimentati, entreranno a far parte della tua cassetta degli attrezzi vitali per sempre.
Da diversi anni – vivendolo in prima persona – mi sono resa conto che il periodo estivo è molto stimolante per chi ha desiderio e bisogno di iniziare a mettere nuovi punti nella sua vita: complici i ritmi lavorativi diversi, le vacanze e lo spostamento in altri luoghi da quelli che sono “casa”, emergono anche le possibilità di riflettere con maggiore attenzione su se stessi e su come si vorrebbe riprendere a settembre, “il lunedì dell’anno”. Per questo, se senti che è il momento di smettere di comprimerti e vuoi esplorare questo passaggio con un accompagnamento professionale, puoi trovare le informazioni più utili per te QUI.
Se prima hai bisogno di capire se è davvero il momento giusto – o se il tipo di lavoro che faccio è coerente con ciò che ti serve – qui puoi prenotare una breve call conoscitiva. Uno spazio piccolo, senza impegno, per conoscerci e verificare se possiamo lavorarci insieme.
E nel frattempo, provo a lasciarti un’ultima domanda: quale parte di te vuoi che abbia ancora voce tra tre mesi, e cosa rischi di perdere se continui a rimandarle spazio?
Le storie che racconto qui arrivano da percorsi reali di coaching che ho seguito nel tempo. Le parole sono quelle che abbiamo davvero detto, o quasi, perché le ho trascritte cercando di restare fedele al senso e alla voce di chi le ha pronunciate. I nomi e qualche dettaglio, invece, li cambio sempre: proteggere la riservatezza di chi si affida a me è parte del mio modo di lavorare.

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